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giovedì 25 ottobre 2012

Silenzio su Fukushima e altre minacce radioattive

Il silenzio di Fukushima
Furio Stella

Perché non si parla più di Fukushima?
In Giappone il governo rassicura, ma il popolo non si fida e scende in piazza. Una ricerca indipendente: radioattività dieci volte superiore a quella pre-tsunami. Lo strano caso del CTBTO: le sue centraline monitorano quasi l’intero pianeta, ma i suoi dati non sono pubblici. Costa agli italiani 5 milioni l’anno e a livello giuridico nemmeno esiste.

E Fukushima?
Com’è che non si sente più parlare di Fukushima? I reattori scoperchiati
dallo tsunami dell’11 marzo 2011 sono stati riparati? Qual è il livello di radioattività in tutto il Giappone? E cosa dicono loro, i giapponesi, a due
anni dal disastro nucleare che secondo alcuni ricercatori sarebbe addirittura peggiore a quello di Chernobyl del 1986? Non si sa.
Giornali e tv, tranne rarissime eccezioni, tacciono sull’argomento. 
E siamo anche d’accordo che all’indomani di Fukushima i padroni dell’atomo hanno imposto al mondo una sorta di moratoria (meglio: un divieto a parlarne), o che notoriamente l’AIEA, la super organizzazione mondiale dell’energia atomica, non può per suo stesso statuto divulgare i dati in suo possesso, ma anche ai peggiori bavagli massmediatici dovrebbe esserci un limite di decenza. 
Anche perché in Giappone, dove le proteste sono merce molto rara, le manifestazioni antinucleari sono tuttora all’ordine del giorno, e ciò nonostante la sordina degli organi d’informazione ufficiali o i provvedimenti (dal manganello all’arresto) delle forze dell’ordine...
SIT-IN. Il sit-in più grosso si è registrato a fine giugno a Tokyo, dove più di 150 mila persone hanno manifestato nel parco della capitale il loro no al nucleare, in risposta alla decisione del premier Yoshihiko Noda di riattivare due delle vecchie centrali chiuse dopo l’incidente di Fukushima. «Lo impongono le necessità energetiche del paese», ha detto Noda, ben consapevole che le 54 centrali atomiche del Giappone forniscono alla sua nazione il 30 per cento dell’energia elettrica, e tirato contemporaneamente per il coppino dalla lobby degli affari e dell’industria. Un vero smacco dopo l’annuncio del governo nipponico, non ancora tramutatosi in una linea politica effettiva, di spegnere pian piano i reattori fino a chiuderli definitivamente prima del 2040. «L’ottanta per cento dei giapponesi è contrario al nucleare», continuano a ripetere intanto i rappresentanti della protesta, riaccesasi proprio di recente dopo la nomina all’interno della commissione governativa che dovrà decidere il “quando” e il “come” di due membri accusati di avere le mani in pasta con il nucleare e ritenuti per questo ineleggibili.
VALORI. A livello scientifico, nonostante i dati rassicuranti sbandierati dal governo, non mancano le voci critiche. Chi si è speso di più è senz’altro il professor Yukio Hayakawa, geologo dell’università di Gunma, il quale se n’è andato in giro per la periferia di Tokyo con un rilevatore di radioattività, riscontrando valori superiori dieci volte la media del 2010 (cioè pre-Fukushima). Ricerca che gli attirato non solo l’ira dell’apparato ufficiale, ma addirittura quella della stessa università dove lavora che lo ha pubblicamente e aspramente criticato. Ma se l’apparato politico e scientifico respinge le critiche, la voce di Hayakawa non è una voce isolata. «A Tokyo sembra di vivere in un film di fantascienza, sui dati della radioattività il governo mente», ha dichiarato per esempio John Clammer, professore di sociologia della Sophia University della capitale, denunciando in pubblico la poca informazione data dal governo. E non solo, visto che Clammer ha accusato Noda di aver addirittura truccato le carte, nel senso di aver innalzato i parametri di rischio radioattivo rispetto ai parametri sanciti dall’OMS, l’organizzazione mondiale della Sanità. Con lo scopo, ovvio, di riportare “nella norma” i valori riscontrati in tutto il Giappone. Di più: ci sono altre ricerche indipendenti (sempre fonte Clammer) che indicherebbero un aumento di radioattività persino nel latte materno. Nulla di cui stupirsi visto che negli USA ha destato scalpore uno studio dei biologi della California, secondo cui i tonni a pinne blu o gialle in perenne migrazione tra le due sponde dell’oceano Pacifico contengono tracce di radioattitività che non erano invece presenti fino al 2010.
TRATTATO FANTASMA. L’onda di protesta popolare in Giappone conferma: la gente non si fida più dei suoi governi. Di chi fidarsi allora? Be’, sarebbe bello se le informazioni (i dati, i numeri, le cifre) potessero essere messe direttamente a disposizione dei cittadini. Peccato che invece, specie in materia di energia atomica, se ne restino chiuse nel cassetto. Non solo le informazioni in possesso dell’AIEA di cui s’è detto, o quelle dei referenti scientifici del governo di Tokyo, ma anche quelle di un’altra organizzazione mondiale i cui database potrebbero fornire un quadro molto più realistico e dunque credibile della situazione. Parliamo del CTBTO, acronimo di Comprehensive Nuclear Test-Ban Treaty Organization, l’organizzazione internazionale con sede a Vienna (come l’AIEA) che dal 1996 si occupa del controllo del bando totale degli esperimenti nucleari, così come dal trattato di Ginevra firmato nello stesso anno. Firmato? Oddio, firmato è una parola grossa nel senso che il trattato, a distanza di ben 16 anni non è stato ancora ratificato da tutti i suoi 182 stati membri – non solo da “stati canaglia” come Iran e Corea del Nord ma anche da Stati Uniti, Cina, Israele, India ed Egitto – e dunque non è in vigore. E di conseguenza sotto il profilo giuridico il CTBTO è come se non esistesse nemmeno. Una situazione paradossale, tanto da meritarsi addirittura la tirata d’orecchi da parte dell’ONU. «Fallimento di responsabilità come comunità internazionale», ha tuonato il mese scorso a New York il segretario generale Ban Ki-moon durante l’ultimo meeting ministeriale (il sesto: ce ne’è uno ogni due anni) dei paesi membri. Meeting che avrebbe dovuto favorire o sollecitare appunto l’entrata in vigore del trattato, e che invece non ha prodotto niente di più che un souvenir: quello della solita foto di gruppo dei ministri mondiali sorridenti, firmatari e non.
EPPUR FUNZIONA. Occasione persa, dicevamo. Ed è un peccato perché il CTBTO, di cui l’Italia ha una rappresentanza permanente a Vienna, per quanto non sia “ufficialmente” in funzione, in realtà funziona benissimo: per quanto provvisorio, il suo segretariato tecnico ha già messo in opera un sistema di monitoraggio internazionale con 273 stazioni di rilevamento sulle 337 previste – ce ne sono anche in paesi non firmatari come USA e Israele – che significa l’80 per cento della capacità prevista dal trattato. E anche se in verità il CTBTO non è stato concepito per controllare i livelli di radioattività nei singoli stati, ma solo per individuare i segnali di un’esplosione nucleare, come ha fatto per esempio nel 2006 con un test nordcoreano, di fatto è stato utilizzato a uso civile nel monitoraggio di materiali radioattivi proprio in seguito all’incidente di Fukushima. Per mantenerne in piedi la struttura i paesi membri scuciono dal 1996 circa 100 milioni di euro l’anno, di cui 5 sono il contributo fisso dell’Italia. Saranno mica un po’ troppi 5 milioni, specie con i chiari di luna del governo Monti, per tenere in piedi un’organizzazione che opera secondo un trattato mai ratificato, dunque nullo, e che se mai un giorno funzionasse sul serio a pieno regime, non potrebbe comunque essere di nessuna utilità ai cittadini che con le loro tasse ne contribuiscono al bilancio? I dati rilevati dalle stazioni del CTBTO, difatti, vengono forniti ai governi degli stati firmatari (di cui s’è visto che i cittadini non si fidano più, e fan bene) e, attraverso di essi, solo agli enti accreditati della comunità scientifica. Oltre che all’immancabile AIEA, si capisce. Il che conferma: sull’energia nucleare il silenzio resta sempre la parola d’ordine.

stampalibera


Ambasciatore giapponese: il reattore 4 di Fukushima sta affondando!


Tokyo,19 ottobre 2012 . Durante una recente intervista, Mitsuhei Murata, ex ambasciatore giapponese in Svizzera e Senegal, ha spiegato che il suolo su cui si erge l’Unità 4 della centrale nucleare di Fukushima sta affondando e che tutta la struttura potrebbe essere vicina al collasso. Il reattore numero 4 attualmente contiene circa 1500 barre di combustibile nucleare esaurito che rappresentano una minaccia per il mondo.

Questa unità contiene anche una piscina di raffreddamento che ha subito gravi danni, dopo il catastrofico terremoto e lo tsunami dell’11 marzo 2011.

Secondo il diplomatico, il suolo sotto l’Unità 4 è già affondato di 80 centimetri dal momento del disastro e questo sprofondamento è avvenuto in maniera irregolare.

Se il processo continua o se avviene un altro terremoto, anche se molto più debole, nella regione, la struttura intera potrebbe collassare.

Molti scienziati affermano che se il blocco 4 affonda, non solo il Giappone cadrà in rovina, ma il mondo intero affronterà gravi danni,

“Negli Stati Uniti ci sono 31 Unità nucleari di questo tipo, ma il governo non ha parlato della scala reale della catastrofe per proteggere la propria reputazione”, ha aggiunto Murata. “Questa è la ragione principale per cui ci sono così poche informazioni sulla gravità della situazione dopo il terremoto.

Il diplomatico crede che gli USA non vogliono che il mondo sappia e che esiste la possibilità che decine di situazioni simili a quella di Fukushima possano verificarsi sul territorio statunitense.

(RussiaToday/ Traduzione Granma Int.)
Informare per resistere

Francia. Sessanta tonnellate di plutonio e grave incidente ha risparmiato l'Europa, unicamente per caso.

L'impianto di La Hague
Durante i cinque decenni di funzionamento dell'impianto di La Hague (che non è un "centro di riprocessamento", vale a dire una sorta di discarica hi-tech, bensì un centro di estrazione e di vendita del combustibile al plutonio), AREVA ha accumulato uno stock che oltrepassa l'immaginazione, e la cui entità non è specificata nella pagina di Wikipedia.


Sessanta tonnellate di plutonio


Gli elementi contenenti plutonio sono attualmente stoccati in quattro piscine, situate a La Hague, in costruzioni i cui tetti non sono blindati, ma semplicemente costituiti da lamiere.
[ ... ]

... negli anni '80 stavo rimettendo a nuovo una vecchia barca a vela attraccata a Cherbourg. Numerosi impiegati della COGEMA (diventata AREVA in seguito) frequentavano il porto, e a volte dopo qualche calvados di troppo, le lingue si scioglievano un po'.

Un grave incidente ha risparmiato l'Europa, unicamente per caso. Un incendio aveva distrutto il trasformatore principale di La Hague. I generatori di soccorso malauguratamente (!!!) situati nello stesso locale avevano, per solidarietà, subìto la stessa sorte. Non c'era più modo di raffreddare le piscine.
Per un caso straordinario, un'attrezzatura corrispondente al fabbisogno si trovava a Caen, probabilmente non ancora caricata su un cargo destinato all'esportazione.
La fortuna ha voluto che non succedesse in inverno, con le strade ghiacciate o inondate. Il convoglio eccezionale ha così potuto arrivare in extremis, il generatore di soccorso essendo troppo grosso per poter essere trasportato con la ferrovia. Per dare un'idea delle dimensioni di quel coso, il consumo era dell'ordine di 1000 litri di gasolio all'ora.
Ecco perchè "accordo una fiducia senza limiti" alle dichiarazioni degli ingegneri del "corps des mines" e dei buffoni di ministri, sulla serietà della sicurezza nucleare in Francia.
Informazioni estratte da questo interessantissimo resoconto:
SUICIDIO, ISTRUZIONI PER L'USO
5 maggio 2011
 La Hague, "centro di riprocessamento situato nel Cotentin":http://fr.wikipedia.org/wiki/Usine_de_retraitement_de_la_Hague 
 
Questo stabilimento, il più inquinante al mondo in fatto di scorie nucleari, è stato messo in servizio nel 1961, mezzo secolo fa (...), ed è gestito da una società privata, AREVA.
L'impianto di La Hague recupera così, da decenni, i "rifiuti" provenienti dalle diverse centrali nucleari francesi ed estere, e li "riprocessa".
Di fatto, questo riprocessamento è interamente rivolto all'estrazione, per via chimica, dell'1% di plutonio prodotto dalla fissione nei reattori nucleari a uranio, tramite la cattura dei neutroni rapidi da parte dei nuclei di Uranio 238, non fissile. Questo plutonio, puro, è quindi imballato in contenitori di piccola taglia e spedito negli stabilimenti MELOX, a Marcoule, nel Gard, dove viene diluito al 7% nell'uranio 238. La miscela così ottenuta costituisce un nuovo "combustibile nucleare", detto MOX (Mixed oxydes).
Il procedimento chimico MELOX può a sua volta essere realizzato nei paesi consumatori, per estrarre il plutonio a fini militari. Perchè crearsi tanti problemi, come fanno gli iraniani, per arricchire laboriosamente il minerale di uranio tramite centrifugazione, quando basta comprare il MOX ed estrarne chimicamente il plutonio239, esplosivo-tipo delle bombe a fissione?
Il procedimento MELOX è considerato dagli americani come "proliferante".
Vale a dire che questa tecnica permetterà a termine a tutti i paesi del mondo di possedere la propria bomba atomica.
Il MOX è attualmente utilizzato in 20 dei 58 reattori in attività in Francia. La costruzione di reattori EPR (Reattori nucleari ad acqua pressurizzata) generalizzerà il suo impiego, infatti sono stati concepiti proprio a questo scopo.
A lungo si è rimasti all'oscuro del fatto che l'introduzione del MOX come combustibile nucleare ha segnato il passaggio discreto dalla fissione dell'Uranio 235 a un funzionamento delle centrali atomiche basato sulla fissione del Plutonio 238.
L'estrema pericolosità di questa sostanza comincia ad essere conosciuta da tutti: essa ha una grande propensione a fissarsi nei tessuti umani, dopo inalazione o ingestione sotto forma di pulviscoli, che il corpo è incapace di eliminare. Infatti il tempo necessario al suo rigetto da parte dei tessuti umani è di 50 anni. Queste particelle sono altamente cancerogene, al 100%.
Non si tratta di irradiazione, bensì di contaminazione, che non è possibile rilevare con strumenti di misura. Tale contaminazione può essere prodotta in caso di incidente nucleare con espulsione di materiale radioattivo proveniente dall'insieme dei combustibili. E' quanto è accaduto, e continua ad accadere, dopo l'esplosione del reattore numero 3 di Fukushima, che era carico di MOX. Polveri di plutonio sono state rinvenute negli Stati Uniti.
Questa disseminazione colpirà l'intero pianeta, ed alcuni specialisti stimano a un milione il numero di cancri che essa provocherà.
Per mettere fine alla disseminazione di plutonio in provenienza dal reattore numero 3, si dovrebbero estrarre le barre di combustibile che si trovano al suo interno, e quanto meno immergerle in una piscina appositamente concepita a questo scopo. Ora, l'accesso a questi elementi rimane impossibile, e ancora non si sa quando potrà avvenire, se in un futuro vicino o lontano ...

Leggere l'articolo completo qui:

 Tuttouno

EUROPA: ESPERIMENTO NUCLEARE MONDIALE

La direzione è stata appena inaugurata, ma la notizia non ha spiccato il volo per planare nelle case degli europei. ITER, ovvero International Thermonuclear Experimental Reactor, è un progetto internazionale annunciato nel 2005 – avviato nel 2006 ma istituzionalizzato nel 2007 – che si propone di realizzare un reattore a fusione nucleare in grado di produrre più energia di quanta ne consumi per l’innesco e il sostentamento della reazione di fusione. Ufficialmente «ITER è un reattore deuterio-trizio in cui il confinamento del plasma è ottenuto in un campo magnetico all’interno di una macchina denominata Tokamak». La sua costruzione è alle “battute finali” a Cadarache, nel Sud della Francia. Il promotore è un consorzio: Unione europea, Russia, Cina, Giappone, Stati Uniti d’America, India e Corea del Sud. Il costo previsto attualmente è di 10 miliardi di euro.
ITER è un reattore sperimentale, il cui scopo principale è l’ottenimento di una reazione di fusione stabile (500 MW prodotti per una durata di 60 minuti) validando e incrementando le attuali conoscenze sulla fisica del plasma. L’edificio che conterrà il tokamak sarà costruito nel corso del 2013. Secondo le previsioni di massima il primo plasma dovrebbe essere generato entro la fine del 2020.
L’impresa comune “Fusion for Energy” è stata costituita nell’aprile 2007 (Decisione 2007/198) per una durata di 35 anni. Suo scopo fondamentale è gestire il contributo europeo a ITER, il progetto internazionale per l’energia da fusione. Uno dei suoi compiti principali è di collaborare con l’industria e le organizzazioni di ricerca europee per sviluppare e fornire una serie di componenti di alta tecnologia per il progetto ITER. La vulgata pubblicitaria del sistema di potere è disarmante: “grazie all’esperienza collettiva dei partecipanti a “Fusion for Energy”, l’Europa può aspirare a diventare uno dei leader mondiali nella costruzione di reattori dimostrativi a fusione”. Partecipano all’impresa comune i 27 Stati membri dell’Unione europea, l’Euratom (rappresentata dalla Commissione europea) e la Svizzera. Obiettivi: farsi carico del contributo europeo al reattore a fusione ITER in costruzione a Cadarache, Francia guidare la cooperazione dell’UE con il Giappone in materia di fusione (accordo su un approccio allargato) preparare la prossima generazione di reattori dimostrativi a fusione più avanzati.

Su la testa! GIANNI LANNES

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