venerdì 18 giugno 2010



di Luciano Fuschini
Dittatura e totalitarismo non sono sinonimi. La dittatura è il governo assoluto di un uomo o di una oligarchia, che non comporta necessariamente l’imposizione di un’ideologia unica a tutto il tessuto sociale. Si possono dare spazi di autonomia a chiese, a correnti artistiche e letterarie, a ricercatori scientifici, purché non disturbino il manovratore; le comunità locali possono continuare a vivere secondo i loro costumi e tradizioni. Il totalitarismo invece pretende di imporre un’ideologia onnipervasiva. Le chiese devono piegarsi, gli artisti, gli scrittori, i registi devono adottare i temi e i moduli espressivi dettati dagli ideologi del Potere, la ricerca scientifica non può pervenire a conclusioni che mettano in dubbio gli schemi dominanti; la visione del mondo che si vuole diffondere e i comportamenti conseguenti sono imposti anche nella vita delle comunità, nel privato, nel costume, addirittura nell’abbigliamento. La dittatura si accontenta di impedire l’espressione del dissenso, il totalitarismo vuole impadronirsi delle menti.

La liberal-social-democrazia, giunta all’attuale stadio estremo, è un totalitarismo. L’ideologia liberal-social-democratica, coi suoi corollari progressisti, scientisti, tecnicisti ed economicisti, pervade ogni àmbito, occupa ogni spazio. Le religioni sono inaridite, artisti, scrittori e registi sono emarginati se non si adeguano ai gusti del mercato, a loro volta imposti, la legge del profitto governa  anche la ricerca scientifica; costumi, usanze, modi di vivere sono omologati attraverso tecniche pubblicitarie e processi di emulazione accuratamente sperimentati e messi a punto. Si tratta di un totalitarismo tanto più insidioso per le nostre menti in quanto non imposto con la coercizione poliziesca ma facendo uso di strumenti raffinati che ci fanno credere di essere liberi mentre subiamo un continuo lavaggio del cervello.

Anche tutto il sistema dell’informazione politica ovviamente si muove sotto la cappa totalitaria, esercitata non nel senso della proibizione di dire certe cose ma con le tecniche manipolatorie che le rendono inoffensive e impossibilitate a giungere alla coscienza delle grandi masse. Negli ultimi venti anni però l’oscuramento dei fatti ha  assunto una tale profondità e sistematicità che si può parlare di salto qualitativo. La mia tesi è che è già in corso il massiccio martellamento tipico della propaganda di guerra.

dal Giornale del ribelle

1 commenti:

  1. Lo immaginavo da un' eternità, adesso ne ho la conferma <_<

    Grazie, Lucianooo :=)

    RispondiElimina